TARANTO LIBERA: CGIL SBAGLIA. Il REFERENDUM ILVA UNISCE LA CITTA’

18 giugno 2010 alle 14:35 | Pubblicato su Comunicati stampa | Lascia un commento

Non c’è dubbio, questo Referendum consultivo fa paura. Analizzando le motivazioni, la più eclatante è che siamo di fronte ad un potentissimo mezzo capace di amplificare a livello nazionale la questione ‘Taranto’. Cgil però ci sembra non essere dello stesso avviso sostenendo invece, quasi in perfetto stile totalitario, che il pronunciamento di una città rispetto ad una problematica che la coinvolge direttamente, è del tutto inutile. Quando però la problematica ambientale diventa uno strumento di attacco politico, ecco che le carte si scoprono e ciò a cui si è costretti ad assistere è uno scenario sospetto e raccapricciante fatto di rimpalli di responsabilità. Così Legambiente e Cgil attribuiscono il problema del benzo(a)pirene a ritardi da parte del Ministero per l’Ambiente al rilascio dell’AIA che, prevedendo l’adozione di sedicenti migliori tecnologie disponibili, avrebbe garantito quella tanto agognata ambientalizzazione dell’azienda. Ebbene, solo chi se ne fa portavoce compie un atto di demagogia e prende in giro la città. Uno stabilimento che produce acciaio a ciclo integrale, che insiste a ridosso della città, che si estende su un territorio vasto oltre due volte l’intera città di Taranto e per il quale si chiede solo una ‘riduzione dell’impatto ambientale’ non può essere compatibile né con la vita degli operai, né con la vita di chi vive nella città. In diverse occasioni abbiamo fornito dettagli in merito. I sindacalisti non possono mascherarsi da ambientalisti, pregiandosi di aver ottenuto risultati lodevoli sottoscrivendo la legge antidiossina. Tutti gli ambientalisti, infatti, sono concordi nel ritenerla un traguardo effimero poiché del tutto inefficace. Forse Cgil in tal senso ha qualche grossa lacuna che saremmo felici di colmare se solo fosse disposta a dialogare anche e soprattutto con cittadini onesti ed informati che chiedono solo di dare voce alla città in maniera democratica.

E’ necessario tutelare il posto di lavoro ma i sindacati in primis hanno il dovere di tutelare il lavoratore. In questo senso ci pare tutt’altro che inutile questo Referendum se serve a ricordare ai sindacalisti (di solito, ma non sempre, in tutt’altre faccende affaccendati), che il diritto alla salute è un principio fondamentale e che di certo non si combatte a colpi di processi per morti e infortuni, voltando poi le spalle alle sfortunate famiglie che hanno subito lutti inenarrabili. Occorre prendere misure drastiche per evitare il ripetersi di fatti irrimediabili. Fare appello al dialogo per mettere ‘’alla prova la disponibilità dichiarata’’ di chi ha responsabilità penali, in questo caso l’Ilva, non è eticamente accettabile. Ma non lo è nemmeno economicamente. A tal proposito vorremmo riportare un passaggio condivisibile di un economista giovane e dotato di quella lungimiranza che manca nella città di Taranto, il passaggio è di Pierfrancesco Servidio (giugno 2010, Giustitalia): ‘Qual è il reale valore dello stipendio di un dipendente? Tutto ciò che entra mensilmente nelle tasche di un operaio riflette il reale potere d’acquisto dello stesso? Quando il comportamento di un agente economico (ad esempio un’industria) influisce direttamente su un altro agente in maniera negativa (ad esempio l’inquinamento derivante dal processo produttivo che danneggia il lavoratore) ma questo danno non viene quantificato in termini monetari, allora si parla di esternalità negativa. I cittadini di Taranto e provincia subiscono danni continui, ma questi non sono quantificati negli stipendi degli operai! Non esiste una voce sullo stipendio che esprima la quota monetaria volta a rimborsare i danni che le aziende portano al territorio e quindi alle famiglie. È necessario sensibilizzare le persone su questo aspetto in quanto espressione massima del danno riferibile agli aspetti economici di ogni famiglia. Le famiglie di Taranto e provincia probabilmente non sanno che parte del loro stipendio serve a finanziare una serie di costi, riferibili sia al singolo individuo sia all’intera collettività che rosicchiano in termini concreti parte del nominale stipendio ricevuto mensilmente. I costi relativi al singolo individuo si riferiscono alle spese sanitarie necessarie per curare le patologie derivanti dalla cattiva qualità dell’aria o dell’ambiente di lavoro; i costi che spettano alla collettività, invece, riguardano il necessario finanziamento di enti previdenziali, del servizio sanitario nazionale e degli altri settori economici che subiscono direttamente i danni derivanti dall’operato dell’Ilva. Tutti questi costi non vengono prelevati direttamente dalla busta paga del singolo lavoratore, ma non sfuggono neanche all’attento occhio dei professionisti cui spetta il compito di far quadrare i bilanci degli enti pubblici nelle sedi competenti. La sanità ad esempio, sempre più delegata alle regioni, dovrà attingere maggiormente in un territorio ad alto rischio ambientale come la Puglia rispetto a territori meno esposti a patologie di questo tipo, comportando quindi, maggiori prelievi sotto forma di imposte. Più si sta male e più servono cure, più servono cure e più servono soldi per garantire un servizio di tipo assistenziale. È un controsenso: in assenza di alternative, i cittadini devono “pagare per lavorare” anche se non se ne accorgono, cedendo parte del loro stipendio’’. Il Referendum vuole in quest’ottica sensibilizzare la cittadinanza, perché sebbene non economisti, gli ambientalisti sono anzitutto cittadini di buonsenso. Allora, chi rispetta gli operai?

Coordinamento Comitato Taranto libera

Inviato alla stampa il 14 giugno 2010.

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